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L’editoriale del nuovo numero:
“La zona di interesse” è il titolo di questo numero di Voci di dentro. Il titolo si richiama al film di Jonathan Glazer dove si racconta della bella vita in una bella villa della famiglia di Rudolf Höss, ufficiale nazista comandante del campo di concentramento e sterminio di Auschwitz. Un “paradiso” quella villa al confine con le baracche: i bambini di Höss facevano il bagno in piscina o nel fiume Sola; nel giardino grandi alberi nascondevano le mura perimetrali del campo; nel terreno davanti alla casa erano coltivati splendidi fiori che venivano spediti in omaggio a Hitler e Eva Braun. Vi crescevano anche le fragole, ma dovevano essere lavate bene per togliere la cenere che veniva giù dalle ciminiere dei crematori. Di qua il paradiso, la zona di interesse, di là, oltre i fili spinati, l’orrore dei forni, ultimo atto di un genocidio. Non il primo in questa nostra storia di uomini che di nuovo “maschera” centinaia di punti di confine dell’umanità, Gaza fra tutti con i suoi 100 mila morti in questi due ultimi anni. Punti di confine nei quali la vita non conta, vale meno di quella dei bianchi dell’Occidente, e nei quali si è respinti, annegati, deportati, torturati e assassinati, tutti rimossi. Come oggi è rimossa anche la guerra in questa Europa, come scrive Roberto Reale, cloroformizzata dai media dominanti, e dove un’ulteriore finestra di Overton – ci ricorda Francesco Blasi – ci fa diventare accettabile quello che non è e nella quale anche la resistenza pacifica, passiva e non violenta diventa reato punibile col carcere.
Il disegno in copertina è stato realizzato da Nicolas Pompilio con il contributo degli studenti della d’Annunzio in tirocinio presso Voci di dentro. Un lavoro di gruppo per rappresentare la deriva nelle nostre tiepide case, del nostro tempo e delle nostre coscienze: il disegno di una Belle Époque con uomini e donne al ristorante, nella loro zona di interesse, tra luci soffuse e calde, tra calici di vino e sorrisi. Uomini e donne assuefatti e indifferenti alle bombe sui civili (come quelli che si vedono fuori dalle vetrate), ai profughi come quelli nel dipinto di Aladin al Baraduni, artista yemenita e che trovate a pagina 6. Uomini e donne diventati indifferenti a tutto, come ha detto giorni fa Andrea Florio nella riunione di redazione all’interno del carcere di Chieti ricordando di una chiamata telefonica con la madre: “Le avevo raccontato della morte di Marco D’Ambrosio nel carcere di Teramo e che conoscevo fin da bambino. Mia madre mi disse che era normale in carcere. Ci rimasi male. Per me no, non è assolutamente normale perdere la vita così, e non deve succedere. Fino a quando le persone fuori continueranno a pensare così, non cambierà mai niente e tutto rimarrà immutato”.
Erano normali i nazisti quando uccidevano gli ebrei, sono normali oggi i soldati israeliani quando uccidono i palestinesi. Sono normali i razzisti di mezzo mondo. Sono normali oggi coloro che continuano e mantenere in piedi il loro fallimento, quelle utopie, scrive Vincenzo Scalia, che poggiano sul rinchiudere, rieducare e rimuovere. Mentre si concretizza un enorme piano mondiale di investimenti militari e una riduzione delle spese per la salute, l’ambiente, la scuola, la vita.
Contro la vita come appare ben evidente nella storia di Abel Okubor, raccontata qui da Isabella De Silvestro, in quella di Igor Squeo che ci ricorda Marica Fantauzzi o in quella di Wissem ripercorsa da Francesca De Carolis. Contro la vita che anche in questo numero ritroviamo negli articoli, nelle denunce, nelle riflessioni dei redattori ristretti e dei loro familiari. E contro ogni tentativo di cambiamento e di miglioramento, anzi al contrario con l’introduzione di bavagli, con atti di censura nei giornali delle carceri, con nuove pratiche di punizione e premialità, fino a trasformare la sorveglianza dinamica, il regime a celle aperte, le misure alternative e la stessa giustizia riparativa in premi per pochi. Fino a trasformare lo stato in uno stato di polizia e razzista governato da decreti sicurezza, anche questi decisi e imposti da pochi ai danni di tutti. Fino a trasformare il mondo in un grande ghetto globale con le solite zone di interesse… si vedrà poi se andremo verso quelle società descritte dai vari Philip K. Dick, Ray Bradbury, Margaret Atwood.
Nell’attesa, nel presente e qui, resta la necessità di mettere in atto un progetto di società autenticamente più inclusiva e egualitaria. “Un’altra utopia, forse, scrive Vincenzo Scalia, ma diversa nelle forme e nei contenuti da quella carceraria e punitiva”. Una utopia che liberi le nostre menti dal bisogno del carcere.
Francesco Lo Piccolo – Presidente dell’Associazione Voci di dentro


