Il Coordinamento Per il clima Fuori dal fossile guarda alla visita guidata agli scavi archeologici di Case Pente, promossa dalla Soprintendenza Archeologica dell’Aquila per sabato 26 settembre, come a un’occasione per riaprire il confronto sulla tutela dell’area interessata dalla costruzione della centrale Snam.
«È positivo che la Soprintendenza abbia promosso questa iniziativa», sottolinea il Coordinamento, che considera la visita anche un’opportunità per chiedere chiarimenti sulle scelte compiute negli ultimi anni e sul rapporto tra la tutela del patrimonio archeologico e la realizzazione dell’infrastruttura.
Nel suo invito alla visita, la Soprintendenza ricorda che le indagini hanno documentato «diverse fasi di occupazione, dal villaggio di capanne dell’età del Bronzo fino all’insediamento di epoca romana». Per il Coordinamento, proprio queste testimonianze rendono particolarmente significativa la vicenda di Case Pente.
Il problema, osserva il Coordinamento, è che alcune delle principali evidenze archeologiche emerse dagli scavi non potranno essere viste dai visitatori. Tra queste, le tracce del villaggio di 52 capanne risalente a oltre 4.000 anni fa, che sono state ricoperte nell’ambito della realizzazione della centrale, e la strada glareata di epoca romana diretta verso il Vallone Grascito e l’antico tempio di Ocriticum, a Cansano.
«È un vero peccato che proprio le testimonianze più importanti non siano oggi visibili», sostiene il Coordinamento, secondo cui la visita rischia così di mostrare soprattutto ciò che resta di un’area archeologica profondamente trasformata dalla costruzione dell’impianto.
Sono invece rimasti visibili la villa romana e l’impianto termale, collocati in posizione marginale rispetto alle strutture della centrale. Il Coordinamento ricorda inoltre che la stessa Soprintendenza, nel 2008, aveva bloccato un intervento della Lafarge nell’area affermando che «la tutela di tale contesto storico impone la non alterabilità dello stato di fatto».
Da qui la domanda posta dal Coordinamento: perché lo stesso principio non sarebbe stato applicato alla realizzazione della centrale Snam?
Secondo Per il clima Fuori dal fossile, la vicenda solleva anche una questione più generale sulle priorità delle istituzioni nella gestione del territorio. «Quello che la Soprintendenza aveva definito “un complesso archeologico tra i più importanti e inediti della Valle Peligna”», sostiene il Coordinamento, «è stato trasformato in un’area industriale».
Nel mirino del Coordinamento c’è anche la scelta di realizzare una nuova infrastruttura per il gas in una fase in cui, secondo l’organizzazione, sarebbe invece necessario accelerare la transizione fuori dai combustibili fossili. Il Coordinamento richiama inoltre i 180 milioni di euro di finanziamento europeo attraverso il PNRR, chiedendo se proprio la disponibilità di tali risorse abbia reso impraticabile l’ipotesi di una delocalizzazione dell’opera.
La critica riguarda infine la destinazione che avrebbe potuto avere l’area. Il Coordinamento indica come possibile alternativa la realizzazione di un grande parco archeologico all’aperto, richiamando l’esperienza del sito di Montale, in provincia di Modena, che – secondo i dati citati nell’intervento – avrebbe registrato circa 300.000 visitatori nell’arco di vent’anni.
«Case Pente avrebbe potuto avere un futuro diverso», sostiene il Coordinamento. «Un territorio di grande valore ambientale e storico avrebbe meritato una scelta capace di valorizzarne il patrimonio, anziché ospitare un’infrastruttura che consideriamo incompatibile con questa vocazione».
La visita guidata di sabato diventa così, per Per il clima Fuori dal fossile, non soltanto un momento di divulgazione archeologica, ma anche l’occasione per chiedere conto delle decisioni assunte sulla tutela del sito e sul futuro dell’area.


